Il tempo non basta… Le memorie di Helena Kadare Nga Paolo Muner

Il tempo non basta… Le memorie di Helena Kadare

Nga Paolo Muner

Una decina di anni fa, mi trovavo nella sala d’attesa dell’Aeroporto di Rinas, assieme a mia moglie, che tornava in Italia, dopo quindici giorni  di vita tiranese, in realtà molto intensi e piacevoli, ma i ragazzi, si sa, hanno bisogno della mamma…..

Di fronte a noi, una coppia, solitaria e silenziosa: non fosse stato per l’età, avrebbero potuto essere i fidanzatini di Peynet. Erano Helena ed Ismail Kadare. Discretamente, lo feci notare a mia moglie, che all’epoca , di quel nome sapeva ben poco, mentre io ne sapevo soltanto un po’ di più, del tutto ignaro che, più avanti, nella mia seconda vita (dopo quarant’anni da militare), lo studio delle opere di Kadare mi avrebbe assorbito in modo quasi totalizzante.

A pensarci oggi, mi stupisco di come io abbia potuto non notare la bellezza di Helena che, dieci anni fa, doveva essere ancora più rimarcabile. Sarà pur vero che, quando uno si trova con la propria moglie, non dovrebbe guardare le mogli degli altri, ma, di fatto, sappiamo che non è così….

Perché quella coppia, nella sala d’attesa dell’aeroporto, fosse così solitaria e silenziosa, lo capirò soltanto leggendo il libro: era certamente il ricordo delle tante partenze – dallo stesso aeroporto (non ancora “Nene Tereza”) fatte “prima”, con l’angoscia di essere, all’ultimo momento, ispezionati, pedinati, fermati, ecc. ecc.

Li ho rivisti assieme, qualche anno dopo, a Tirana, lungo la Rr. Deshmoret e 4 Shkurt, nel tratto di strada che collega la Sky Tower, dove abitano, ed il Davidoff Club, dove Kadare normalmente “riceve” fuori casa, e dove – perdonatemi, ma non sono capace di risparmiarvelo – ha ricevuto anche me, assieme alla mia traduttrice e cara amica Albana Nexhipi, per dei chiarimenti linguistici su di un lavoro kadareiano che stavamo preparando.

Fino a qualche mese fa, un mio saggio sul “Gjenerali”, cui sto lavorando da oltre sei anni, si poteva dire quasi terminato, quando ecco che Helena Kadare decide, anch’essa probabilmente dopo un lavoro di moltissimi anni (credo quindici), di pubblicare un libro di memorie, intitolato  “Kohë e pamjaftueshme”, Onufri, Tirana, 2011.

Attualmente che io sappia, oltre alla versione originale albanese, il libro è disponibile solo in francese (“Le temps qui manque“, Fayard, Paris, 2011).

Se dobbiamo azzardare una traduzione italiana del titolo, prima che – sperabilmente – il libro venga pubblicato anche in Italia, potremmo andare da : “Il tempo non basta (mai)” (dall’albanese) a il “Il tempo che manca” (dal francese), ma il concetto  credo sia comunque abbastanza chiaro. Vale aggiungere che il titolo del libro è ispirato da quello di una poesia di Ismail Kadare.

Mi sono pertanto procurato la versione francese, ed è su quella che ho capito che dovevo tuffarmi con avidità, ma anche con il timore che le tantissime notizie in esso contenute possano demolirmi troppe certezze acquisite. Il risultato finale è stato – per me – meno catastrofico di quello che temevo, ma qui preferisco non parlarne, perché si tratta di un lavoro ancora da completare.

A parte ciò, questo libro mi resterà per sempre caro, anche perché, dopo aver subito  un’operazione al cuore, è stata la mia prima lettura consapevole.

Da  modesto “usurpatore della penna”, come penso di essere, il libro mi ha anche molto divertito nel vedere come certe situazioni vissute da un grande scrittore di livello internazionale, albanese a Parigi, assomiglino  pur sempre anche a quelle di un modesto aspirante scrittore, italiano a Tirana: la traduzioni, gli editori, le presentazioni… Le dimensioni, ovviamente, sono diverse, ma le peripezie (Sigurimi a parte), sono sempre le stesse. Così come i piccoli stratagemmi  per far aumentare artificiosamente  il numero delle pagine, per far assurgere  un “racconto” alla dignità di “romanzo”, magari adottando una diversa forma dattilografica. Che poi è un vecchio trucchetto delle tesi di laurea….

In un momento di  grande  onestà, nelle prime pagine, Helena si dimostra ben conscia dell’inevitabile dubbio che può avvolgere il suo lavoro: così circostanziato, così ricco di note, appunti, aneddoti, che – bontà sua – spesso ammette,  lui stesso le ha “passato”, non sarà che lo ha scritto lui, lasciandone l’onore ed i frutti alla moglie? Non per soldi – natyrisht – ma per amore.

Forse, sarà vero solo in parte. Ma ci sono dei momenti in cui il dubbio viene, eccome….

Potremmo suddividere – ma solo mentalmente – l’opera di Helena, come dedicata a due grosse categorie di argomenti; per dirla breve: al privato ed al professionale, per quanto non sempre scindibili.

Il privato di Helena si identifica con quello del marito, sin dai tempi del loro primo approccio (epistolare), delle prime difficoltà della loro unione, soprattutto da parte delle rispettive famiglie (Helena era già stata “promessa” ad un altro…), la vita coniugale, e , poi, ovviamente, i momenti lieti (l’arrivo di figli e nipoti) e quelli tristi (la morte, ad uno ad uno, dei rispettivi genitori e dei parenti più stretti, oltre che di amici – tanti amici, alcuni molto amati).

Uno degli aspetti più singolari di questo lavoro sta nel fatto che, benché nominalmente si tratti delle memorie di una moglie (ma scrittrice anch’essa), in realtà potremmo considerarla una vera e propria biografia di Ismail Kadare; in essa, nulla viene risparmiato, compresa la narrazione di più di una “scappatella” amorosa o semplicemente sessuale del celebre marito.

A tale proposito, dopo aver letto di  una, due, tre, quattro, cinque….volte, tutte digerite e perdonate, sebbene con tempistiche e modalità diverse,  viene da chiedersi: ma è perché il personaggio è talmente superiore, che a lui tutto deve essere consentito? O forse anche sono io che non sono riuscito a calarmi bene, non solo nella mentalità albanese, ma soprattutto nel particolare clima vissuto dalla coppia, attraversando le tre distinte fasi del durissimo regime comunista? Oppure Helena è stata donna tanto forte che ha sempre resistito per salvare la famiglia?

Più malevolmente, qualcuno potrebbe pensare che non ha voluto perdere il suo posto vicino ad un artista ormai universalmente celebre  e – perché no – anche probabilmente ricco. Certo, sono problemi loro, anzi, sarebbero problemi loro, se lei non ce li raccontasse ad uno ad uno. Diciamo che, se vogliamo rimanere interessati  alla figura dello scrittore, magari ci aiutano a capirne le mille sfaccettature, ed ogni più vario motivo di ispirazione.

E, dello scrittore, Helena ci narra tutto: quanto ha vissuto con lui, quanto ha con-vissuto attraverso le sue lettere, i suoi appunti, le sue opere, ovviamente, delle quali –  praticamente tutte – ripercorriamo la genesi, le difficoltà creategli o che comunque derivavano  dal regime, le ansie per una pubblicazione ostacolata o tardiva, e ciò sia in Albania che in Francia, od altrove.

A parte queste parentesi più intimiste, il libro ci aiuta a ripercorrere piacevolmente – quasi d’un fiato – mezzo secolo; mezzo secolo di che, ci si potrebbe chiedere? Della vita di Helena, e, più o meno direttamente, del marito  Ismail? Certamente, ma io aggiungerei, dell’Albania tutta, dell’Europa, per certi versi anche del mondo, e – per chi ha un’età come la mia, solo di poco inferiore a quella dei Nostri  – anche della mia vita stessa.

Da un punto di vista strettamente storico, cronologico, la narrazione è talvolta altalenante, per esigenze di scioltezza, talvolta corredata di date precise e determinate (giorno-mese-anno) , talvolta con riferimenti generici ad episodi terzi.  Per analogia a quanto detto sopra, alcune date afferiscono esclusivamente alla vita personale, coniugale, professionale, di Helena e dell’illustre marito, ed, all’estraneo, potrebbero passare anche inosservate, mentre altre segnano momenti chiave nella storia dell’Albania (“prima” e “dopo”), ma anche dell’Europa e del mondo, e – pertanto – cadono inevitabilmente sotto un occhio “storico”.

Se poi ci si mette il  caso….

Si, perché Helena, ad un certo punto, racconta  “Il regime comunista perse ufficialmente il potere in seguito alle elezioni del 22 marzo…qualche settimana più tardi, noi ci ritrovammo finalmente in patria (veramente scrive “au pays”, ma in francese è un “paese” diverso…) ….Al terzo giorno dal nostro arrivo, fummo invitati ad una serata di gala. Era un recital della cantante  Katia Ricciarelli, invitata dall’Italia con Pippo Baudo che, all’epoca, era suo marito.”

Spero si capisca che, ai nostri fini, ci interessi meno del concerto – della Ricciarelli, ma molto più sul “se e come” questo riferimento ci possa aiutare a stabilire quando i Kadare siano “rientrati” in Albania dal loro esilio parigino. Ora si dà il caso che io, a quel concerto, tenutosi al Palazzo dei Congressi di Tirana, abbia assistito, ma era il 29 settembre 1992 (lo ho verificato sull’invito, che conservo ancora tra i ricordi più cari della mia “Albania 1”), per cui – a posteriori, dovremmo dedurre che il “rientro” sia avvenuto, al più presto, in Agosto, e non prima.  E non trovo, nel libro altre indicazioni in proposito su tale importante momento. Per chi vuol capire, ha la sua importanza…

Restando a questo episodio, mi sento di dover evidenziare un fatto, che spero anch’esso venga ben interpretato: durante l’intervallo del concerto, mi venne fatto sapere che, in un salottino adiacente il palcoscenico, era stato servito un caffè per le massime autorità. Non per il caffè, ma , avendo constatato, che – a dispetto del mio grado medio-basso di Capitano di Fregata – ero, in sala, il militare italiano (e probabilmente anche in ambito NATO), di grado più elevato, mi sono reso conto che dovevo andarci, e così mi trovai davanti al Presidente (della Repubblica, allora) Sali Berisha, all’Ambasciatore d’Italia Torquato  Cardilli oltre , ovviamente a…Pippo Baudo. Presentazione d’obbligo, due parole sulla mia missione, e via…Quello che però oggi debbo constatare è che mancava Kadare, che – suppongo – sarà certamente rimasto in sala.

Certo, sappiamo tutti di come Kadare abbia più volte rinunciato alla (candidatura per la) Presidenza della Repubblica, ma qui il problema è diverso, e bisogna aver letto tutte le 751 pagine del libro di Helena, dove si raccontano le innumerevoli presenze di Kadare (e, talvolta, della moglie) a fianco di Capi di Stato di tutto il mondo, oltre a personalità solo relativamente “minori”, per porsi il dubbio: “perché non c’era?”, ed azzardare che – a fine settembre 1992 – i tempi, a Tirana, per Ismail Kadare, probabilmente non erano ancora maturi.

Ma questo, Helena, non ce lo dice.

In sostanza, un libro assolutamente da consigliare, a chi studi Kadare, od anche a chi solamente ami il mondo della letteratura internazionale, con tutto quel po’ di mondano che inevitabilmente vi ruota attorno, ma anche a chi – già parzialmente predisposto – sia interessato a sapere qualcosa di più sull’Albania moderna.

Paolo MUNER

Diplomuar në Shkenca Politike (drejtim ndërkombëtar), gazetar, publicist, studiues dhe kërkues i historisë së ShqipërisëOficer i Forcave Detare Italiane (Trupi i Kapitenerisë së Portit – Roje Bregdetare). Më 1992, në Shqipëri, ka qenë Komandant në 2^ të Grupit të 22° Detar; Komandant i Skuadrës së Parë të Rojeve Bregdetare (Durrës/ Vlorë) dhe Komandant i Repartit të Marinës në Durrës; në vitet 2001/2003, shef seksioni i Forcave Detare dhe Shef i Projektit për Rojet Bregdetare Shqiptare, pranë Delegacionit të Ekspertëve Italianë (Tiranë).

 

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